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Il 2020 passerà alla storia come un anno funesto, e tutti lo ricorderemo come l’era COVID-19; ciascuno lo racconterà attraverso le proprie parole e grazie ai suoi intimi ricordi, perché questo momento segnerà la vita di ciascuno di noi in maniera indelebile.

Un bel giorno arriva la notizia che un virus altamente pericoloso per la salute umana, propagatosi nell’Estremo Oriente, ha iniziato la sua clandestina diffusione anche nel nostro Paese. Chi prima, chi dopo ha dovuto fare i conti con questa nuova situazione piuttosto critica. Da un giorno all’altro siamo stati costretti a ridimensionare le nostre aspettative, ed abbandonare almeno momentaneamente i nostri progetti, siamo stati costretti ad invertire la marcia e a fermarci. Qualcosa di estremamente imprevisto ha interrotto i nostri programmi, la nostra vita sociale, ha limitato le nostre relazioni costringendoci tutti a “connetterci da remoto”. Un trauma! In fondo, noi esseri umani non siamo mai prontamente preparati all’imprevisto.

RESTATE A CASA” è il monito che ci viene detto da più di un mese, e da allora si assiste ad una politica che tenta di mantenere l’ordine pubblico per salvaguardare la salute di tutti i cittadini. Scuole chiuse, saracinesche dei negozi abbassate, fabbriche ferme, con l’obbligo di avere contatti fisici il meno possibile; bisogna “restare a casa” tra le mura domestiche per essere protetti, ed evitare i contagi e diffusione del virus. Indubbiamente, il termine “casa” evoca l’immagine del focolaio domestico che accoglie, riscalda, protegge, ma non sempre è così. A volte le mura domestiche diventano una gabbia che soffoca, devasta, lacera l’anima e può uccidere. La famiglia ideale non esiste, e i legami famigliari sono rapporti dialettici in costante e continuo cambiamento, e l’armonioso rapporto a cui si aspira è sempre messo in discussione, con la costante ricerca di equilibrio. I rapporti famigliari sono sempre complessi, ma c’è chi riesce a trovare soluzioni e chi invece crea ambienti difficili e altamente conflittuali che gravano sulla salute psico-fisica dei vari componenti. Varie e diverse sono i casi di rapporti difficili, tanti quanti sono le soggettività di volta in volta coinvolte, ma accenneremo solo a qualche esempio.

Innanzitutto, l’obbligo di restare a casa evidenzia problemi sociali di varia natura: non tutti hanno casa o non tutti possiedono una grande casa in cui ciascun componente è libero di avere il proprio spazio: avere uno spazio personale permette a ciascuno di continuare, seppur in un contesto di limitazioni sociali, di affrontare al meglio questo “isolamento forzato”. Spinti a modificare il nostro ritmo quotidiano, dobbiamo far fronte ad altre priorità, a cambiamenti di non poco valore che spesso scatenano reazioni incontrollabili. La necessità di re-inventarsi un nuovo stile di vita quotidiano di fronte all’incognita della situazione crea ansia, paura, frustrazioni di non facile gestione, e capita che gli adulti, anche se in precedenza non hanno mai mostrano nessun segno di cedimento psichico e morale, non sempre sono in grado di far fronte a situazioni nuove e dettate dalla contingenza. Questa percezione di reclusione e di libertà negata sconvolge emotivamente il nostro equilibrio psichico, abituato al lavoro, ai rapporti sociali, e agli svaghi. La tensione sale, e tutto diventa insopportabile e ciò che più spaventa è che l’incapacità di far fronte a questo stato di cose possa sfociare in qualcosa ancor più grave, perché non si è avuto il tempo e lo spazio necessari per elaborare questo accadimento che provoca spaesamento, ansia, agitazione, e paura. Emerge pertanto aggressività come una conseguenza naturale di dinamiche intrinseche alla famiglia, soprattutto se i componenti sono di per sé già persone fragili, che diventano anche confusi ed impauriti da un virus invisibile che può dominarli.

In una condizione simile, l’essere umano può sentirsi doppiamente schiacciato, da un lato si trova gli obblighi esterni fatti di divieti, e dall’altro il timore che la sua salute possa essere danneggiata. L’eccessiva vivacità dei figli, le numerose e continue richieste, la pressione costante di un coniuge può creare momenti di rabbia e conflittualità, un clima insopportabile che può mutarsi in un incubo. Non solo gli adulti possono affrontare male questo momento, ma anche i bambini, e gli adolescenti possono trovarsi spaesati e disorientati. Anche loro sono costretti a non poter frequentare i loro pari, a non andare a scuola e a stare rinchiusi tra quattro mura.

Un capitolo a parte lo meritano quelle situazioni in cui vi era già un clima di tensione pregressa, dovuta a separazioni coniugali o conflitti familiari in essere. L’aggressività non tarderà a manifestarsi maggiormente perché accentuata dal contesto epocale di incerta risoluzione e che alza il livello di incomprensioni e paure. Lo scenario di emergenza mette in crisi i vari ambiti vitali, facendo annegare tutti nel caos e nella confusione più totale. L’essere umano ha bisogno, di punti fermi di ruotine quotidiana, di progetti e di avere una vita sociale e lavorativa, e se questi vengono meno? È necessario far fronte a nuovi modi di vivere, a nuovi adattamenti ambientali, non sempre facili e immediati. Da qui possono insorgere conflitti di ogni genere, oppure acutizzarsi qualora siano già presenti. L’isolamento, e la convivenza forzata e l’instabilità socio-economica in questo periodo di emergenza, possono comportare il rischio di una maggior esposizione alla violenza domestica e assistita, notiamo infatti molto spesso una correlazione tra l’aumento degli episodi di violenza e i periodi di vacanza e festività, in cui la convivenza è più stretta; e se le denunce sono diminuite, sicuramente, non sono dovute ad una diminuzione delle violenze domestiche, ma più altro all’impossibilità materiale di chiedere aiuto.

Ma perché l’essere umano può diventare aggressivo?

Sintetizzando, diciamo che l’aggressività è insita nell’essere umano e non ha nulla a che vedere con la biologia, perché a differenza degli animali che sono mossi dell’istinto nell’essere parlante è presente la pulsione. Inizialmente, quando Freud parlava di aggressività si riferiva al complesso edipico, al rapporto amore-odio nei confronti dei genitori, e a seguire a ciò che ai suoi tempi aveva definito “disagio della civiltà” con divieti e limitazioni inerenti la vita di relazione del bambino, e dell’adulto. Lacan riprenderà l’eredità lasciata dal padre della psicoanalisi, e metterà in risalto l’aspetto dell’identificazione narcisistica essenziale per la soggettività umana affermando che la realtà umana non è solo un’organizzazione sociale, ma un rapporto soggettivo che ha inizio con il processo di alienazione dell’individuo con il proprio simile, e da qui si fa strada l’aggressività. I rapporti famigliari diventano pertanto il primo teatro in cui la relazione con i propri simili, gli affetti, i sentimenti mettono in moto dinamiche individuali complesse per la formazione dell’individuo. Quando la situazione esterna è pressante, può accadere anche che i componenti coinvolti possano mettere in atto atteggiamenti molesti e sconsiderati. Ci sono poi i casi in cui, tali atteggiamenti, in passato silenti o poco visibili, possano esplodere vorticosamente all’interno delle mura domestiche perché non riescono a trovare via d’uscita. Ciò può creare un vero e proprio clima vessatorio, mortificante e insostenibile, dove maltrattamenti, ingiurie e minacce, inflitti al coniuge o ai figli, costretti a vivere reclusi in casa, si trovano in una condizione di costante soggezione e paura, creando destabilizzazione, una vera e propria distruzione psicologica. I comportamenti aggressivi si manifestano in vari modi: come espressione dell’uomo nei confronti della donna, oppure della donna nei confronti dell’uomo, o ancora peggio degli adulti nei confronti dei figli. A volte il maltrattamento si traveste da educazione, e i bambini non sono in grado di reagire. Queste molestie si manifestano non necessariamente attraverso il fisico, ma passa anche attraverso il verbale o il rifiuto affettivo, oppure pretese sproporzionate rispetto a ciò che il soggetto coinvolto è in grado di offrire, essere, e sopportare. Dunque “Restate a casa”, in alcuni casi può essere difficile e pericoloso.  Dal punto di vista lavorativo, invece questo monito ha sostituito momentaneamente “vado a lavorare”, perché in effetti la casa è diventata il nostro ufficio, la scuola dei bambini, la palestra, insomma è diventato il luogo in cui si svolgono tutte le attività precluse esternamente. Questo però non vale per tutti, alcuni lavori non possono fermarsi!

Molti lavoratori in realtà non hanno mai modificato il loro modo di prestare servizio se non continuando a lavorare con precauzioni e dispositivi per evitare la possibilità di contagio. Loro lavorano come prima se non più di prima, confrontandosi nella gestione di situazioni che fino a poche settimane fa erano inimmaginabili e parliamo quindi di personale sanitario, di coloro che riforniscono i nostri supermercati, le farmacie, le forze dell’ordine insomma coloro che non hanno mai sospeso la loro attività e che quotidianamente rischiano la loro stessa vita. Queste persone sono potenzialmente più esposte a rischi di contagio e continuano nonostante tutto ad andare avanti fornendo prestazioni ininterrottamente. In loro quindi, possono radicarsi così nuove preoccupazioni e possono manifestarsi sintomi ansiogeni protratti nel tempo con stati di irrequietezza. Diversamente, sentiamo molto parlare degli smartworker, e in alcuni casi erano già organizzati per lavorare da casa mentre altri hanno iniziato a farlo in questa situazione: la loro vita lavorativa può in parte avvicinarsi alla scansione dei tempi della vita lavorativa così come la conoscevamo. C’è chi aveva una postazione di lavoro domestica e c’è chi se l’è creata ex novo, sono coloro che lavorano in aziende non ritenute essenziali o sono professionisti operanti in studi professionali.

In generale, svolgono professioni che non li impegnano in prima linea nel contrastare la pandemia e la routine si è conservata, almeno in parte: la sveglia suona regolarmente e in pochi passi si arriva alla postazione di lavoro, e le conseguenze? Ci sono studi che rappresentano una miglior rendita lavorativa in smartworking godendo di opportunità e di nuove comodità domestiche. Ci sono poi quei lavoratori che hanno fatto i conti con il lockdown che ha fatto abbassare la saracinesca agli artigiani, negozianti e ristoratori che in breve tempo hanno prima rispettato misure restrittive e subito dopo hanno smesso di lavorare. La routine ha subito un forte arresto, immediato, impedendo il contatto tra colleghi e con i clienti, riducendo al massimo i rapporti sociali. Aristotele nell’Opera Politica definì l’uomo come un animale sociale in quanto tende ad aggregarsi con altri individui e a costituirsi in società, indispensabile per la sopravvivenza. Alcuni studiosi affermano che la socializzazione non è un istinto a se stante, bensì un mezzo per soddisfare altre esigenze, e non si nascerebbe dunque con il desiderio di socializzare ma si impara ad essere sociali: l’essere umano scopre molto presto i vantaggi di stare insieme agli altri e desidera farlo da subito per soddisfare bisogni essenzialmente egoistici, in quanto senza l’aiuto dei nostri simili saremmo in grado di fare ben poco. Anche in questo siamo stati costretti a modificare il nostro modo di relazionarci: abbiamo conosciuto più a fondo i nostri vicini di abitazione, e non sono mancate le lunghe chiacchierate sui balconi di casa, diventati in alcuni casi palchi dove suonare e cantare motivetti liberatori.

In quest’ottica la pandemia ci ha visti uniti e pronti a sacrificarci, a porre gli interessi di tutti al di sopra degli interessi personali, non dimenticando che l’essere umano è animale sociale e la società è la condizione necessaria per l’espressione della propria personalità.

Abbiamo imparato a unirci, parlare, condividere momenti quotidiani attraverso le piattaforme sociali di incontro e di videoconferenza: ma questi saranno sufficienti per rispondere ai nostri bisogni di esseri umani?

di Andrea Gori e Annarita Petrilli ©

Dott. Andrea Gori psicologo

Dott.ssa Annarita Petrilli psicologa e psicoterapeuta

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