“Poveri artisti”

La figura dell’artista bohémien, che vive solo di sogni e campa di aria, è uno di quei vecchi stereotipi con cui musicisti, cantanti, attori, performers e tutte le altre figure professionali che rientrano nel settore artistico, vengono troppo spesso etichettati nel nostro paese.

Il problema di fondo che attanaglia da sempre questo settore è prima di tutto la credibilità.

A differenza di: Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Francia, (tanto per citare alcune nazioni), dove l’artista è stimato, pagato bene, suddiviso in categorie e tutelato, in Italia resiste ancora forte il pregiudizio secondo il quale gli artisti non sarebbero veri e propri lavoratori professionisti come tutti gli altri, (questo dovuto anche a molta approssimazione a livello legislativo).

Nell’opinione pubblica peraltro, resiste ancora il vecchio retaggio culturale secondo cui il lavoro artistico è “poco credibile”, solo perché i mezzi di espressione usati sono “una voce”, “uno strumento musicale”, “un corpo in movimento”, che fanno subito pensare a talento ma anche a “stravaganza”, solo perché la sede lavorativa è un palco in piazza o in teatro e non una scrivania in ufficio, solo perché il look è “estroso” e gli orari “non canonici”.

Gli artisti hanno senza dubbio un lato eccentrico e “lavorano con le emozioni”, che sicuramente non sono “beni di prima necessità”, né tanto meno “materia tangibile”, ma attraverso il loro contributo artistico rendono più bello il mondo e ci insegnano a sognare; per fare ciò, necessitano di grande preparazione che si traduce in anni di studio, impegno, abnegazione, stress psicofisico e tanti sacrifici anche economici. 

Agli operatori dell’arte, tra l’altro, vengono riconosciuti il più delle volte esigui compensi, labili aiuti da parte dei sindacati, pensioni dubbie, e “fumosa” previdenza sociale, (nel fitto ginepraio che si intreccia tra enpals e inps, che pur essendo parte di una “stessa famiglia”, si palleggiano le responsabilità quando si parla di inquadramento professionale artisti).

I problemi più gravi però non riguardano soltanto la concezione “comune” sull’artista: “famoso o nullità”, bensì la tutela del settore da parte delle istituzioni, sopratutto in situazioni di emergenza.

Esiste un’ampia fascia di artisti non famosa al grande pubblico, (soprattutto televisivo), che vive da sempre di arte, cercando di barcamenarsi tra miseri cachet e opportunità risicate, contratti farlocchi e pagamenti “della speranza”, senza per altro avere quasi mai in tasca “un piano b” da tirare fuori al momento del bisogno.

Se questa condizione di precariato nel nostro paese è una costante con cui da sempre fare i conti, con le devastanti conseguenze derivanti dal corona virus, la categoria “dei lavoratori dello spettacolo” sta vivendo come e forse più di altre, una vera e propria tragedia senza precedenti.

Gli artisti sono infatti tra le figure professionali meno tutelate dal decreto governativo “Cura Italia”; coi teatri chiusi, concerti in piazza annullati, turni di doppiaggio saltati, chi penserà alla loro sopravvivenza ?

Non ci sono solo i cantanti, attori e performers senza uno spettacolo, un concerto, un film o un musical, ma ci sono registi, doppiatori, ballerini, direttori di orchestra, musicisti, coristi e tutte le manovalanze impegnate a vari livelli: la lista sarebbe interminabile. 

Non scordiamoci poi del “sottobosco musicale”, fatto di milioni di pianobaristi e musicisti di locali e clubs, delle cooperative che si occupano di agibilità, delle agenzie di spettacolo, dei produttori …

E mentre ci sono, (grazie a Dio), altre categorie di lavoratori che possono continuare a fare il loro mestiere da casa (smart working ) e percepire comunque uno stipendio, come fa l’artista a guadagnare?

Parlando del settore musicale per esempio: cosa possono fare un musicista o un cantante se non al massimo caricare un video su YouTube con una propria performance? 

E come incassano? Non scherziamo, chi può campare con gli introiti dei social è già stra famoso e consolidato economicamente!

Chi volesse per esempio, impegnare il suo tempo in casa e registrare un disco deve avere comunque un piccolo studio “casalingo” degno di sfornare un prodotto competitivo e sperare che sia acquistato… pura utopia.

Non parliamo nemmeno degli incassi Siae per gli autori e compositori che sappiamo bene essere oramai una chimera quasi per tutti.

L’unico spiraglio arriva dall’istituto Nuovo Imaie che, a patto di certi specifici requisiti, tenta di dare una piccola mano a interpreti e esecutori.

In altri paesi come ad esempio la Germania, in cui gli artisti sono ritenuti “mai come in questo momento indispensabili e vitali”, come sottolinea il ministro della cultura Monika Grütters Bohemer in una nota, si ribadisce il grave disagio di un’alta percentuale di lavoratori artisti autonomi alle prese con un tremendo problema di sostentamento e in loro soccorso il governo ha già attivato uno stanziamento di ben 50 miliardi di euro (54 miliardi di dollari).

In Italia invece, l’aiuto statale al momento consiste solo in un bonus di appena 600 euro.

Per tutti? Ebbene no, andrà solo se gli artisti in questione hanno contribuito all’Enpals per 30 gg lavorativi nel 2019 e solo se hanno una posizione aperta in data di fine febbraio presso l’Inps o le altre casse di previdenza.

Nulla invece per quelli che, senza partita iva, vivono di “prestazioni occasionali” e sono moltissimi, molti più di ciò che si possa pensare, probabilmente la maggioranza!

Come faranno a sopravvivere i poveri artisti, non solo non potendo continuare a esercitare i loro talenti, ma senza un soldo in tasca? 

di Roberta Faccani ©, Cantautrice e performer , Già voce del gruppo musicale “ Matia Bazar” 

Photo by BRUNO CERVERA on Unsplash

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