Storia di un canonista nell’ora del Covid-19: edifici di culto aperti o chiusi? Il sabato per l’uomo o l’uomo per il sabato?

Dedicato al nobile Collega Avv. Raffaele Mancini, Decano del mio Ordine degli Avvocati, insuperato giurista, finissimo intellettuale e amico caro, morto di Coronavirus alla Spezia, il 23 marzo 2020.

I

Questa è la storia di un canonista ed ecclesiasticista nell’ora presente, che ha un fratello medico, impegnato in prima linea in un Ospedale del Nord Italia dove i sanitari, mettendo eroicamente in pericolo la propria vita per salvarla al prossimo, combattono una delle più strenue battaglie contro il Covid-19. A metà febbraio il medico contatta il fratello per imporre l’isolamento dei genitori anziani: non si discute. Ha precise informazioni scientifiche, anche provenienti dai colleghi cinesi, che il virus (non “vairus”: è latino) sia ormai giunto nelle regioni del Nord Italia, si diffonda immediatamente per via aerea anche solo avvicinando una persona che trasporta il contagio, anche se asintomatica, ed anche se non ha sviluppato la malattia, e resista sui materiali inerti diverse ore, forse giorni. Non c’è scampo: occorre immediatamente ritirarsi in casa e distanziarsi. Il ragionamento del fratello pare al nostro canonista ineccepibile: se tutti si chiudessero in casa per soli 15 giorni il contagio sarebbe immediatamente arrestato sul nascere. In effetti il 31 gennaio 2020 il Consiglio dei Ministri aveva dichiarato lo Stato di emergenza. Il nostro canonista in parte obbedisce, chiude lo Studio legale, le lezioni in Università vengono sospese, ed ogni sera viene raggiunto da precise informazioni da dentro la trincea: il virus sta mutando e sta iniziando ad attaccare anche i più giovani ed anche i bambini. Nell’Ospedale del fratello da due si arriva a cinque terapie intensive, si aprono nuovi padiglioni Covid-19, e la vicina struttura di una fiera espositiva viene riadattata. Tutto in breve tempo volge al collasso: non ci sono più sufficienti tute di protezione, né mascherine, né respiratori, cominciano a morire i medici, i posti in terapia intensiva si esauriscono, occorre cominciare a scegliere chi salvare e chi no, e cominciano ad arrivare i camion per portare via le bare dei morti. Il medico continua a gridare per telefono: “stai a casa e dì a tutti di stare a casa: siamo tutti possibili trasmettitori di contagio. Noi qui scoppiamo e voi andate ancora in giro? Dateci una mano per senso civico una buona volta in Italia! Se qualcuno non tiene alla propria vita almeno abbia pietà di quella degli altri!”. Arriva il ventesimo giorno nel quale il medico non esce più dall’Ospedale, non ha più turni, né orari, né soste: 24 ore su 24 al servizio dei malati e dei moribondi. Si ciba di sola pizza fredda portata all’Ospedale da qualche caritatevole ristoratore. Infine, si offre volontario per i nuovi padiglioni solo Covid-19.

 

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di Giacomo Bertolini ©, Avvocato, Docente di Diritto Ecclesiastico e Canonico, Università di Padova e Pontificia Università Urbaniana, Avvocato della Rota Romana, Consultore della Congregazione per le Chiese Orientali, Partner LAETA Consulting SB

Photo by Luca Baggio on Unsplash

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